Grafia Veneta Unitaria

Manuale a cura della giunta regionale del Veneto

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Legenda
Come intepretare i simboli usati
Vi aiutiamo a decifrare il manuale
     

Prima regola: niente panico!

di Fabio Lazarin (trad. Viviana Cattani)

Non fatevi scoraggiare dall'apparente complessità dell'argomento, la Scrittura veneta è alla portata di tutti. È normale che un manuale redatto da una commissione di professionisti debba essere esaustivo in tutti i sensi, scientificamente fondato e fruibile anche dal pubblico più sperimentato. Ma dopo tutto "se scriva cusì come se parla" è anche il motto che è stato fatto proprio dai redattori di questo manuale, e quindi possiamo star certi che basti leggere pazientemente fra le righe per trovare la risposta a ogni tipo di domanda in materia.

In questa pagina qualche esempio di come questo sia vero.

Il senso della scrittura alfabetica

Raccontiamo una storia vera: fino all'età imperiale avanzata, 400 d.C. e oltre, il Latino parlato era ancora abbastanza simile a quello dell'età classica, nonostante la ormai raggiunta massima epansione territoriale dei Romani. Questi non conoscevano la distinzione per esempio fra "c" palatali (č) e "k", fra "ǧ" e "g" (gh). Ugualmente, non pronunciavano quello che noi a primo colpo d'occhio riconosciamo quale "v"; la pronuncia era solo vocalica, ed esistevano due forme di Scrittura dello stesso fonema, "u" minuscola (corsiva minuscola, cioè Scrittura a penna) e "V" maiuscola, ma "u" in "IVLIVS VINCIT" si pronunciava allo stesso modo che in "RES PUBLICA", cioè, potremmo scrivere noi ora, "iùlius uìnkit" e "res pùblika". Un piccolo esempio paradigmatico di ciò che si intende fare quando si scrive con un sistema alfabetico. In età classica romana, come ai tempi del tardo impero, si scriveva con il proposito di comunicare al lettore i suoni pronunciati. Così la Chiesa, che ci ha trasmesso la Lingua latina nel Medioevo, seppe adattare la Scrittura alla nuova fonetica; il latino stesso si era modificato nella pronuncia (da parte degli stessi discendenti dei Latini), e si trovarono modi per distinguere nella Scrittura latina i suoni che noi oggi intendiamo bene con "u" e "v", "c" e "k", ecc. Tutte le Lingue parlate nel Medioevo poi seguirono la stessa sorte, ognuna secondo le sue specifiche esigenze. Così il Veneto ebbe bisogno di "x" per esse sonora, il Ligure lo adottò per la palatale, ecc... Chi (il Veneziano medio) vi dicesse "il /ƚ/ non esiste... il Veneziano non si scrive come si parla", farebbe meglio forse a scrivere anche senza "v" minuscolo (e parallelamente "U" maiuscolo), o scrivere direttamente le parole in Latino per poi leggerle in Veneziano. Il fatto è che il Veneziano, come le altre parlate venete, ha anch'esso seguito lo stesso percorso adottando i segni di Scrittura in funzione della pronuncia, per poi (successivamente a Umanesimo e Illuminismo) attaccarsi a sovrastrutture mentali e culturali "etimologiche", ben poco funzionali al diritto naturale, che hanno influenzato anche il modo di scrivere, in senso appunto, ecco dimostrato, non veneto, non naturale, non autentico, non funzionale alla Lingua di per se stessa (fenomeno peraltro già noto ai tempi della koiné greca ellenistica - molto interessante è lo studio della ricostruzione della fonetica greca antica attraverso la sua scrittura). Ecco perduto il senso autentico della Scrittura alfabetica (che va via via avvicinandosi ad altri metodi, ma sostanzialmente diversi, quali le scritture a rebus, ideografiche o geroglifiche). Quale strumento di amministrazione di dati e scambio di informazioni allora, oggigiorno possono fungere benissimo (anzi molto meglio) l'Inglese o il Javascript. Parallelamente però resiste sempre il corretto modo di procedere nelle vicende umane, ivi compreso anche il corretto uso della Scrittura alfabetica, il quale, benché privato al giorno d'oggi dell'attenzione dovutagli, ci rimane autorevole testimone. "Se scriva cusì come se parla", cioè pronunciamo o pronunziamo il testo qual'è scritto (e viceversa).

 

Perché si può scegliere

Molti sono disorientati dal fatto che si possano adottare legittimamente segni diversi per scrivere (la pronuncia della) una stessa Lingua (ma non è vero il contrario: non si può scrivere Veneto con i soli segni in uso in Italiano, così come non si può scrivere il Polacco con i segni spagnoli). È normale; molte Lingue in cui la Scrittura ha recepito un sistema alfabetico fonetico conoscono queste pratiche (Ü e UE, Ö e OE, ecc...), e ciò è sempre stato comunemente accettato anche dagli scriventi veneti. Altre Lingue, scritte con finalità diverse (Italiano, Inglese) non lo fanno, ma si sono ridotte a essere Lingua di nessuno, per i motivi naturalmente addotti nel paragrafo precedente. Nel mondo, ad esempio, esistono ormai molti idiomi di tipo "inglese", fra i quali alcuni parlati da milioni di persone (ad esempio lo Spanglish) e molti rivendicano un proprio sistema di Scrittura, meno distante dalla realtà; la storia si ripete.

Non deve scandalizzare, quindi, che vi sia qualcuno che scrive squèro, sircùito, Pasqua, e qualcun'altro skuèro, sirkùito, Paskua, all'interno di uno stesso sistema (cioè Lingue scritte per essere rivolte allo stesso pubblico comune di lettori). Il valore fonetico delle due Scritture “c”, “k”, “q” è identico (è il valore della "u" seguente a cambiare, ma la differenza non viene giudicata tale da giustificare una distinzione grafica nell'uso pratico). Che dire poi delle alternative zh/ẑ o gn/ñ, ampiamente praticate e conosciute anche a livello popolare? In questo caso la scelta, legittima, può assumere valore estetico/stilistico, e caratterizzare la personalità dello scrivente. I problemi sorgono quando (troppo spesso) scrittori improvvisati si dedicano alla messa a punto di "veri sistemi grafici veneti", di punto in bianco e in base alle proprie personali intuizioni e simpatie. Si vedono allora scrivere e pubblicare centinaia di autori i quali mettono il vasto pubblico nello sgomento più totale, e nella convinzione di non avere a che fare con una Lingua vera. Ovviamente non è così, la Lingua c'è, la grafia anche, solo che pochi ne parlano e sempre meno la si conosce. Saranno allora una serie di considerazioni aggregate a farvi da guida nella scelta di una opzione piuttosto che di un'altra nella scrittura della vostra Lingua: 1. rispondenza fonetica, 2. tradizione, 3. uso di segni comunemente intesi, 4. ambiente/praticità (l'ambiente odierno è fortemente informatizzato), 5. minimo distacco dall'uso italiano, ogni elemento considerato come interdipendente con tutti gli altri. Il bello è che tutto ciò esiste già, da centinaia di anni, a partire dal nostro Medioevo.

 

Ma tutti questi segni?

"Conto una sessantina di segni in queste pagine. Non potrò mica impararli e usarli tutti?"

Questa l'obiezione più gettonata. Certo che no, saperli leggere sì, usarli no. Un Veneziano, ad esempio, potrà usare 21-22 segni, un Veronese 20-21. Un Agordino che volesse (senza essere ciò indispensabile) usare grafi al posto dei digrafi potrebbe aver bisogno di 24-25 segni al massimo. Molto meno di molte altre Lingue, e senza rinunciare a nulla di necessario per la Scrittura fonetica, veneta e tradizionale.

 

Un esempio pratico

Prendiamo, ad esempio, un caso che mette sempre in difficoltà gli scriventi: la esse sonora. A questo punto abbiamo imparato che leggendo fra le righe del manuale con un po' di pazienza possiamo avere un compendio delle opzioni possibili e farci un'idea della soluzione. La pagina relativa a "x" (apri in una nuova finestra) sembra a prima vista complicata da leggere, particolarmente se messa in relazione con le pagine "S" ed "Ṡ", ma non è così; in questa serie di pagine, prese nel loro insieme, c'è scritto in sintesi che "x si può usare sempre, in qualunque posizione, fuorché prima di consonante" (prima di consonante si può usare la semplice "S" che prende valore diverso, sordo o sonoro, a seconda della consonante che segue; le due lettere diventano quindi un digrafo univoco, nel sistema veneto); provare per credere: vedrete che non troverete altre interpretazioni possibili. Per converso, nelle suddette pagine troverete scritto che adottando il sistema "s/ss" per esse sonora e sorda intervocalica (attenzione: "ss" si legge sempre singola, questa è solo una convenzione grafica, dato per scontato che si sappia che non esistono consonanti rinforzate in Veneto), si dovrà per forza ricorrere a "ṡ" (o "x" o "ʃ") nelle altre posizioni. Qualcuno insiste nel voler usare "ʃ" (legittimamente) o "š" o "z" (pratiche del tutto sbagliate) con questo valore, ma tornate alle vostre regolette guida e troverete la vostra risposta. Ancora, non c'è niente di male nell'adottare soluzioni legittime (si può scrivere per esempio in Veneziano "arṡento" o "arʃento" e nessuno al mondo potrebbe leggere in maniera ambigua o non capire ciò che c'è scritto), ma il manuale se non altro chiarisce le soluzioni senza senso: "š" o "z" non sono mai state usate con il valore di esse sonora e sono quindi escluse dalle opzioni possibili, non solo per il Veneziano ma per tutte le varianti di Lingua, perché il sistema di Scrittura considerato è unitario e fonetico. I compromessi etimologici sono in conflitto con la tradizione autentica.

 

In estrema sintesi, i dubbi più ricorrenti:

Veneto ammesso Non ammesso Note
ča/čo/ču/če/či
ǧa/ǧo/ǧu/ǧe/ǧi
ka/ko/ku/ke/ki
ga/go/gu/ge/gi
ca/co/cu/ce/ci
(con "c"= č palatale)
Il sistema č/ǧ palatale è abbastanza usato in varianti ladino venete
cia/cio/ciu/ce/ci
gia/gio/giu/ge/gi
ca/co/cu/che/chi
ga/go/gu/ghe/ghi
   
ʃonta, arʃento
(con "ʃ"= esse sonora)
zonta, arzento
(con "z"= esse sonora)
 
ṡonta, arṡento
(con "ṡ"= esse sonora)
zonta, arzento
(con "z"= esse sonora)
 
xonta, arxento
(con "x"= esse sonora)
zonta, arzento
(con "z"= esse sonora)
 
żonta, arżento
(con "ż"= zeta sonora)
   
paxe, axeo, puxar
pasion, caròsa
   
pase, aseo, pusar
passion, caròssa
(le "ss" si leggono singole)
  Chi sceglie questo metodo deve usare "ʃonta, arʃento" o "ṡonta, arṡento" o "xonta, arxento". Chi usa "x" può scrivere sempre paxe, axeo, puxar, xonta, arxento.
Se è effettivamente indifferente scrivere "desčevedir" o "descevedir", altrettanto non si può dire di "ónṡar" (ungere) e "onsar/olsar" (osare) o "ṡolar" (volare) e "solar" (solare).
sima, sata
(con "s"= esse sorda)
çima, çata
(con "ç"= esse sorda)
 
çima, çata
(con"ç"= zeta sorda)
   
     

 

A margine: sillabazione, accentazione, pratica editoriale

Le considerazioni che seguono riflettono esclusivamente le opinioni dell'autore, maturate in decenni di pratica e di contatti con diversi scriventi.

Legittimo scrivere "s-c", certamente. Ma siccome sappiamo tutti in che mondo viviamo (informatico), un testo scritto in questo modo si esporrebbe al rischio di venire interrotto con un "a capo" indesiderato. È buona regola saper anche sillabare correttamente: se lasciamo sillabare (e andare a capo) i moderni sistemi informatici (secondo le regole italiane), questi lo fanno a meraviglia, ma se usiamo dei segni che non sono alfabetici all'interno delle parole, il risultato può essere deludente. "S" va generalmente a capo linea, in caso di interruzione. È altrettanto legittimo scrivere "sč" (o "sċ" o "sc"); scrittura alfabetica latina con caratteri latini e non segni matematici, valute, pesi e misure ("£"), apostrofi fuori luogo, o simili.

Analoghe motivazioni possono essere addotte per l'uso pratico di "ƚ" (problema che non tocca molti fortunati scriventi veronesi, bellunesi, trentini, triestini e altri). L'interpretazione letterale del manuale sconsiglia la Scrittura unitamente a vocali palatali quando risultasse "caduta o quasi -sottolineatura mia- caduta nella pronuncia", ma la pratica rivela una realtà più profonda: spesso il fonema è pronunciato chiaramente anche unitamente a "e/i", la sua pronuncia varia effettivamente da più a meno marcata anche con vocali non palatali (da /'a/ a /ła/ a /ƚa/) e, fatto ancor più importante per una Lingua scritta, la sua mancanza rende impossibile la sillabazione e quindi la corretta accentazione. Per converso, l'uso ormai affermato della trascrizione della evanescente vicino a vocale palatale non pregiudica la lettura fonetica della Lingua. In questo caso non c'è una chiara tradizione che ci possa essere d'aiuto (come quella, abbondantissima, dei grafemi "z" e "ç", sempre univocamente usati col valore di zeta). Viene però citato l'Anonimo da Piove, in guisa di suggerimento per l'introduzione di un altro segno ("ł"), il che può essere una soluzione valida. Noi ci limitiamo per il momento a usarne uno unico in tutte le posizioni (come usiamo "c" senza distinzione fra il veneziano "č" e il padovano "ć", "lasciando ai realizzatori di alfabeti fonetici scientificamente ineccepibili il compito di rispettare l'aureo principio di proporre un solo segno per ogni singolo suono"*).

Il sistema di accentazione proposto nel manuale è senz'altro da tenere in considerazione come punto di riferimento di primaria importanza. Ne esistono anche varianti ancor più semplici, senza rinunciare alla completezza. È importante insistere sul fatto che accentare (propriamente) è indispensabile, ed evitare assolutamente le cattive abitudini (quali l'uso dell'apostrofo al posto degli accenti, o l'atteggiamento di indifferenza -spesso sufficienza- nei confronti della distinzione fra accenti acuti o gravi).

* Cfr. nota introduttiva del manuale